Quanto vende questo video? È la domanda sbagliata.

In dieci anni passati dentro il settore cosmetico l'ho sentita centinaia di volte. Per un po' ho provato a rispondere con i numeri che le piattaforme mi mettevano davanti. Poi ho capito che stavo dando risposte precise a una domanda mal posta, che è il modo più elegante di sbagliare.

Oggi quando me la fanno rispondo un'altra cosa: dipende da cosa c'è intorno a quel video.

Questo testo si divide in due parti. Prima il ragionamento completo, poi alcuni approfondimenti operativi. Ci vuole un po' a leggerlo, ma se gestisci il marketing di un brand cosmetico ti farà risparmiare parecchi soldi.

Partiamo.

1. Perché non puoi attribuire una vendita a un video

Il primo equivoco è di categoria. Il video non è un canale. È un contenuto che attraversa i canali.

Quando compri un'inserzione su Meta, compri uno spazio. Quando produci un video, produci qualcosa che vivrà su Meta, sulla scheda prodotto, dentro una sequenza email, sul monitor dello stand in fiera, nel canale YouTube, nelle stories, nella presentazione che il commerciale mostra al buyer della catena. Lo stesso contenuto, declinato in vari canali.

Chiedere quanto vende quel video è come chiedere quanto vende il tuo logo. Sta ovunque, lavora ovunque, e non ha una colonna sua nel foglio Excel.

Poi ci sono i limiti tecnici.

Il percorso cambia dispositivo.
L'utente guarda il reel in metropolitana, si segna mentalmente il nome, la sera compra da computer cercando il brand su Google. Nel report quella vendita è organica. Il video non compare da nessuna parte.

Il percorso cambia luogo.
Nel cosmetico l'e-commerce convive con la profumeria, la farmacia, il centro estetico, i marketplace. Ho visto brand con contenuti che generavano una quantità enorme di richieste al punto vendita fisico e uno scarso ritorno online. Nel foglio Excel erano un fallimento.

Il percorso è lungo.
Una crema viso non si compra quando la vedi. Si compra quando finisce quella che stai usando. Possono passare due mesi. Nessuna finestra di attribuzione tiene il conto per due mesi, e se lo fa il dato è talmente diluito da non dire niente.

Buona parte non è tracciabile per definizione.
Il tutorial mandato su WhatsApp all'amica, la collega che ti dice "guarda che effetto fa", il video visto sullo schermo dello stand a Bologna e ricordato tre settimane dopo. Sono tutti momenti in cui il tuo contenuto ha lavorato. Nessuna dashboard li registra.

C'è poi un dettaglio che rende il video un caso ancora più particolare: dura nel tempo. Un tutorial ben fatto continua a portare visite dalla ricerca di YouTube per anni. Il report che stai guardando copre trenta giorni.

2. Il lato psicologico della domanda

Se la domanda è irrisolvibile, perché continua a essere fatta? Perché non è una domanda tecnica. È una domanda emotiva.

Il video è un costo visibile. Il budget advertising si spalma su trenta giorni e nessuno lo sente. Un progetto video è una cifra sola, in una fattura sola, con una data sola. Fa più impressione spendere cinquemila euro in un giorno che diecimila in un mese, anche se il secondo caso è il doppio. È irrazionale, ma funziona così.

La creatività non si difende da sola. Un piano media si giustifica con dei numeri. Una scelta di luce, di ritmo, di montaggio si giustifica con un'opinione. Chi deve riportare al direttore commerciale ha bisogno di qualcosa di più solido di "è bello", quindi chiede un numero. Qualsiasi numero. Anche uno inventato bene.

Il bias di conferma fa il resto. Se il progetto ha convinto tutti, i dati sembreranno buoni. Se qualcuno in azienda era contrario fin dall'inizio, gli stessi dati sembreranno mediocri. Ho visto lo stesso identico rapporto letto in due modi opposti da due persone nella stessa stanza.

Capire questo cambia il modo di lavorare. Quando un cliente mi chiede quanto vende il video, non mi sta chiedendo una previsione. Mi sta chiedendo: posso fidarmi di questa spesa? E a quella domanda si risponde, eccome. Ma non con una proiezione. Si risponde andando a vedere se l'azienda è nelle condizioni di trasformare l'attenzione in vendite.

3. Un percorso reale, raccontato per intero

Brand skincare italiano, prezzo medio alto, e-commerce più distribuzione in farmacia. Nel progetto entrano tre contenuti: uno spot breve, un tutorial di applicazione, una serie di video prodotto per le schede.

Ecco cosa fa una cliente tipo, ricostruito dai loro dati e da un sondaggio post acquisto che abbiamo attivato insieme.

Vede lo spot in un reel. Non clicca, ma il nome le resta. Due settimane dopo cerca su Google "siero vitamina C pelle sensibile", trova il tutorial su YouTube, lo guarda per intero. Va sul sito, arriva sulla scheda prodotto, guarda il video prodotto, aggiunge al carrello, abbandona. Riceve l'email di recupero con dentro lo stesso video. Non compra. Passa un mese. Finisce il siero che stava usando. Entra in farmacia, vede la confezione sullo scaffale, la riconosce, la compra.

Ora dimmi: quanto ha venduto lo spot?

La risposta onesta è che senza lo spot lei non avrebbe riconosciuto la confezione. Senza il tutorial non si sarebbe fidata di mettersi vitamina C su una pelle sensibile. Senza il video prodotto avrebbe avuto un dubbio in più sulla texture. E senza una confezione riconoscibile a scaffale, coerente con quello che aveva visto online, il lavoro precedente si sarebbe perso nell'ultimo metro.

4. Il video potrebbe non essere la tua priorità.

C'è però una cosa che precede il ragionamento sull'attribuzione, e che nel nostro settore quasi nessun fornitore ti dirà: il video potrebbe non essere la tua priorità.

Un contenuto porta attenzione. L'attenzione arriva su una struttura. Se la struttura non regge, hai pagato per portare persone dentro un negozio con la serranda mezza abbassata.

Per questo, prima di aprire una discussione su formati e preventivi, guardo quattro cose.

Il sito regge?
Velocità di caricamento, esperienza da telefono, chiarezza delle schede, quanti passaggi ci sono tra "lo voglio" e "l'ho comprato". Se una scheda prodotto impiega sei secondi a caricare, il video che ci metti sopra non lo vedrà quasi nessuno. Prima si sistema quello. Costa meno e rende subito.

I margini ci sono?
Questa è la parte che mi ha insegnato la fiera più di qualsiasi corso. Girando tra gli stand di Cosmoprof, parlando con i produttori conto terzi, con chi fa packaging, con chi distribuisce, ho imparato quanto costa davvero un prodotto cosmetico e quanto resta in tasca al brand a seconda del canale.

Se su un prodotto guadagni 6 euro e per acquisire un cliente ne spendi 30, il problema non si risolve con un contenuto più bello. Si risolve sul prezzo, sull'assortimento o sul secondo acquisto. Dirlo prima è scomodo, ma è il motivo per cui poi i clienti restano.

C'è un brand book e un tono di voce?
Se ogni contenuto esce diverso dal precedente, stai ricominciando da zero ogni volta. La riconoscibilità è quella cosa che fa risparmiare: chi ti ha già visto ti costa meno da convincere. Quando manca la base, la costruiamo prima. Ho seguito la regia completa di brand che partivano da lì, dal logo e dalla grafica di packaging fino alle foto, ai video e agli allestimenti in fiera, coordinando i professionisti giusti per ogni pezzo. Non perché volessi allargare il progetto, ma perché senza quella coerenza il video sarebbe stato un bel contenuto in mezzo al niente.

Vendi e comunichi nei canali giusti?
Un brand da centro estetico non si comporta come un brand da marketplace. Ci sono aziende per cui Amazon è una moltiplicazione della fiducia e altre per cui è l'inizio della guerra sul prezzo con i propri stessi rivenditori. Ci sono prodotti che vivono su TikTok e prodotti che vivono nel consiglio della farmacista. Anche una campagna influencer, che oggi viene data per scontata, ha senso solo per certi posizionamenti e certi margini. Decidere questo prima cambia completamente che video servono, quanti e con che tono.

Solo dopo queste quattro risposte ha senso parlare di produzione. A volte il risultato è che il progetto video si ridimensiona e i soldi vanno prima altrove. Capita, e va bene così: preferisco un cliente che spende meno adesso e torna tra sei mesi con la casa in ordine, piuttosto che un progetto grosso che non poteva funzionare.

5. La domanda giusta: che lavoro deve fare questo video?

Superato il controllo di base, il passaggio è tutto qui. Smettere di chiedere quanto vende un video e iniziare a chiedere che mestiere fa. Perché se un video ha un compito preciso, allora puoi verificare se lo sta facendo bene. E questo sì che è misurabile.

Nel metodo che uso, ogni contenuto video risponde a uno dei tre problemi che tornano in tutte le aziende cosmetiche con cui lavoro: poche visite al sito, poche interazioni reali con il brand, troppi carrelli abbandonati.

Tre problemi, tre lavori, tre categorie di video.

Nessuno mi conosce.

  • Il lavoro del video: farsi notare e restare in testa.

  • Il formato: video pubblicitario.

  • Cosa verifichi: copertura, ricordo, ricerche di brand, bounce rate.

Mi conoscono ma non si fidano.

  • Il lavoro del video: rispondere alle obiezioni prima che arrivino.

  • Il formato: video tutorial.

  • Cosa verifichi: tempo di visione, valore medio del carrello, domande al customer care.

Si fidano ma non comprano.

  • Il lavoro del video: togliere l'ultimo dubbio.

  • Il formato: video prodotto.

  • Cosa verifichi: conversione della scheda, resi, carrelli abbandonati.

Quando la conversazione si sposta su questa tabella, succede una cosa interessante: il cliente smette di chiedermi previsioni e inizia a dirmi dove si blocca. E quello è il momento in cui posso davvero essere utile.

6. Ogni video ha un compito (e sbagliarlo costa)

L'errore più costoso che vedo non è produrre video brutti. È produrre video giusti e chiedergli la cosa sbagliata.

Il video beauty deve emozionare, non spiegare. Mostra l'effetto, il risultato. Non parla di ingredienti, non entra nella formula. Se lo giudichi sul tasso di conversione stai giudicando un manifesto sulla base di quante persone hanno comprato mentre lo guardavano.

Il suo lavoro è piantare un seme. Il seme si misura dopo, e altrove: nelle ricerche del nome del brand, nel costo per clic delle campagne successive, nel numero di persone che arrivano al sito digitando l'indirizzo.

Il tutorial deve costruire fiducia, non fare numeri. Un tutorial con 2000 visualizzazioni e un tempo medio di visione dell'ottanta per cento vale infinitamente di più di uno con 100.000 visualizzazioni abbandonate al quinto secondo. Nel primo caso duemila persone hanno deciso che sai di cosa parli. Nel secondo hai comprato attenzione e l'hai persa subito.

Un gesto tecnico eseguito male, un'applicazione approssimativa, una professionista che non è credibile per il pubblico a cui parli, e il contenuto ottiene l'effetto opposto. Lavorando nel settore da molti anni vedo all'opera decine di specialiste del settore, e questo mi permette di scegliere per ogni progetto la persona giusta, non quella disponibile. Nel tutorial la competenza si vede in tre secondi, e nel beauty il pubblico è molto più esperto di quanto le aziende immaginino.

Il video prodotto deve far decidere, non emozionare. Sta sulla scheda, subito dopo le foto, dove la persona cerca conferme concrete. Deve mostrare texture, resa, applicazione, risultato reale. Se lo imposti come uno spot, bello e vago, hai fatto un contenuto piacevole che non toglie nessun dubbio.

In fine c'è anche un errore di destinazione delle adv che vedo ripetersi ovunque: portare traffico a pagamento sulla homepage. La home è generica, dispersiva, costruita per far navigare, non per far decidere. Il video migliore del mondo appeso alla pagina sbagliata è un buon argomento speso male.

7. Le correlazioni invisibili tra i contenuti

I video non vivono in compartimenti stagni.
Si alimentano tra loro, e gli effetti più forti spesso compaiono dove non stai guardando.

Ti faccio l'esempio che mi ha fatto capire questa cosa una volta per tutte.

Cliente nel mondo delle unghie, catalogo enorme, oltre 2000 colori di semipermanente. Il problema che mi porta in riunione è "servono contenuti nuovi". Guardando i numeri con loro, il problema vero era un altro: tanti resi e un servizio clienti sommerso di telefonate. Le clienti sceglievano il colore dalla foto e quando arrivava non corrispondeva alle aspettative. Con tonalità così vicine tra loro, una foto statica non può raccontare il riflesso, la densità, la differenza tra un finish glossy e uno shimmer. Non era un problema di comunicazione, era un problema di informazione mancante.

Da lì è nato il progetto: un video per ogni colore. Effetto reale su unghie vere, su incarnati diversi, texture durante l'applicazione, risultato finale in macro. Contenuti inseriti nelle schede prodotto e riutilizzati nelle stories di instagram e adv di remarketing.

Nel giro di pochi mesi le telefonate al servizio clienti si erano dimezzate, i resi erano calati in modo netto e i carrelli abbandonati erano scesi sensibilmente.

Ora, la parte importante.
Il tasso di conversione della scheda era migliorato, ma non in modo spettacolare. Se avessimo guardato solo quello, il progetto sarebbe sembrato discreto. Il valore vero stava altrove: nelle ore di lavoro del servizio clienti liberate, nei costi di spedizione di ritorno risparmiati.

Nessuna piattaforma pubblicitaria ti dirà mai che un contenuto ha ridotto i resi. Devi sapere dove andare a cercarlo, e di solito è nel gestionale, non nella dashboard.

Altri legami che vedo ripetersi:

Spot e ricerca di marca. Spegni le campagne di scoperta e nel giro di poche settimane calano le ricerche del nome del brand su Google. Non perché Google funzioni meno, ma perché è finita la scintilla.

Tutorial e vendite offline. I brand con distribuzione fisica sottovalutano quanto il contenuto formativo prepari l'acquisto in negozio. La cliente entra già decisa. La commessa pensa di aver venduto lei.

Fiera e digitale. Un buon allestimento non vende niente in fiera. Ma il buyer che ti ha visto a marzo apre la tua email a settembre.

Tagliare un contenuto guardando solo un numero significa spegnere un ingranaggio senza sapere cosa muoveva.

8. Il contesto ribalta qualsiasi analisi

Un video non ha una performance. Ha una performance in un momento.

La stessa creatività che a novembre porta numeri eccellenti a gennaio non funziona più, e non perché sia peggiorata. È cambiata la domanda. Nel beauty la stagionalità è critica: solari, regali di Natale, rientro dalle vacanze, cambio di stagione. Confrontare due periodi diversi come se fossero comparabili è il modo più rapido per prendere una decisione sbagliata con la coscienza a posto.

Poi c'è il linguaggio, che invecchia. Un montaggio del 2021 oggi si riconosce a occhio nudo. Non è brutto, è datato, che nel cosmetico è peggio.

E c'è l'effetto opposto, quello che quasi nessuno considera: il video tutorial migliora col tempo. Un tutorial ben ottimizzato accumula visualizzazioni e traffico organico per anni. Il costo l'hai pagato una volta, il ritorno continua ad arrivare. Se lo giudichi a trenta giorni dalla consegna stai chiudendo il libro al primo capitolo.

9. Le metriche che contano davvero per un brand cosmetico

Accettato che la precisione assoluta non esiste, resta il lavoro serio: scegliere una bussola migliore.

Conversione della scheda prodotto, con e senza video. È la misura più onesta e più semplice che esista, e quasi nessuno la fa. Attivi il video su metà del catalogo, lo lasci spento sull'altra metà, aspetti abbastanza da avere dati sensati. Nessuno strumento a pagamento ti serve.

Tasso di reso. Nel cosmetico è la spia più affidabile della distanza tra aspettativa e realtà. Se scende dopo l'introduzione di contenuti dimostrativi, hai una risposta. Non elegante, ma vera.

Volume di richieste al customer care. Stesso principio. Le domande che spariscono sono domande a cui il contenuto ha già risposto.

Tasso di abbandono del carrello. Quello che ti fa male tutti i giorni. È il punto in cui il dubbio vince sulla voglia.

Valore medio dell'ordine. I contenuti che spiegano bene una routine completa alzano il carrello più di qualsiasi sconto, e senza erodere il margine.

Ricerche di marca. L'indicatore più sottovalutato del lavoro di visibilità. Se cresce, qualcosa ti sta rendendo memorabile.

Costo del contenuto diviso per la sua vita utile. Un video da 4.000 euro usato in una campagna costa 4.000 euro. Lo stesso video usato per due anni su scheda prodotto, email, social, fiera e presentazioni commerciali costa poco più di 160 euro al mese. È lo stesso file declinato.

E poi la cosa più semplice di tutte, che consiglio: chiedere.
Una domanda sola dopo l'acquisto, "dove ci hai conosciuti?", con quattro risposte possibili.
In tre mesi hai un quadro qualitativo che nessuno strumento di tracciamento ti darà mai.

10. La regia conta più della singola ripresa

C'è un'ultima cosa che cambia completamente il conto, e non riguarda la qualità delle immagini. Riguarda l'organizzazione.

La maggior parte dei brand ragiona così: mi serve un video per la campagna. Lo commissiona, lo pubblica, la campagna finisce, il file muore in una cartella. Sei mesi dopo serve un contenuto per la fiera e si ricomincia da capo, con un altro fornitore, un'altra estetica, un altro preventivo.

Noi lavoriamo al contrario. Prima di qualsiasi ripresa decidiamo quante destinazioni diverse dovrà servire quel materiale, e quella decisione condiziona tutto: la scelta delle inquadrature, i formati, il numero di varianti, perfino l'ordine delle scene in giornata. Da una stessa sessione escono lo spot breve, le versioni verticali, i video per le schede, i dettagli macro per le stories, la clip muta da mandare in loop sullo stand, gli spezzoni per le email automatiche.

Non è una furbizia di produzione. È una scelta strategica che va presa prima, ed è il motivo per cui un budget da 5.000 euro può valere quanto uno da 15.000 speso male.

La stessa logica vale su scala più grande. Nel corso della mia carriera ho accompagnato aziende dall'inizio della campagna digitale fino allo stand in fiera, tenendo insieme grafica del packaging, logo, identità di marca, fotografia, video e materiali stampati, con professionisti diversi per ogni pezzo ma una direzione sola. Il valore non stava nella singola lavorazione, che chiunque può comprare. Stava nel fatto che il cliente ritrovava lo stesso brand ovunque.

Questo cambia anche il senso della domanda iniziale. Se un contenuto vive in 6 posti per due anni ed è coerente con tutto il resto, chiedere quanto ha venduto è una domanda che si restringe da sola. Quello che ha fatto è rendere il tuo brand riconoscibile ovunque il cliente ti incontrasse.

E la riconoscibilità, nel cosmetico più che altrove, è una prova di esistenza. Un brand che vedi curato ovunque sembra un brand solido. Un brand che vedi in una campagna e poi sparisce sembra un tentativo.

In Conclusione

Il marketing cosmetico ha un'ossessione: trovare il contenuto che vende. Quello che, da solo, fa girare il registratore di cassa.

La verità, scomoda, è che non esiste. Nessun video vende da solo, esattamente come nessun ingrediente fa da solo una crema viso.

Il punto non è rinunciare a misurare. È misurare la cosa giusta, e prima ancora produrre la cosa giusta.

Invece di chiedere quanto vende un video, chiediamoci che lavoro deve fare. Invece di partire dalla produzione, verifichiamo che sito, margini, identità e canali reggano l'attenzione che stiamo per portare. Invece di guardare la singola campagna, guardiamo il percorso completo del cliente. Invece di ammortizzare un contenuto su trenta giorni, facciamolo lavorare per due anni.

I brand cosmetici che crescono non sono quelli con i report più dettagliati. Sono quelli che hanno capito dove si blocca il loro cliente e hanno messo lì la cosa giusta, che a volte è un video e a volte è un checkout più corto.

La differenza tra chi cerca il numero e chi costruisce il sistema si vede dopo diciotto mesi.

Approfondimento

Come promesso all'inizio, qui scendo nel pratico su tre punti.

1. Come impostare un test onesto su una scheda prodotto

Questa è la cosa più utile che puoi fare la settimana prossima, e costa zero.

Scegli il campione. Prendi prodotti confrontabili tra loro: stessa fascia di prezzo, stesso volume di traffico, stessa categoria. Non mettere il best seller contro un prodotto di nicchia, il risultato non ti dirà niente.

Dividi in due gruppi. Metà con video sulla scheda, metà senza. Se hai un catalogo piccolo, alterna nel tempo: sei settimane con, sei settimane senza, sullo stesso prodotto. Meno pulito, ma leggibile.

Aspetta abbastanza. Il numero minimo non è una settimana. Ti serve un volume di visite tale da non farti ingannare dal caso. Se una scheda fa 50 visite al mese, aspetta un trimestre.

Guarda 4 cose, non una. Tasso di conversione della scheda, valore medio dell'ordine, tasso di reso, tempo passato sulla pagina. Il video può non spostare la conversione e abbattere i resi. Quello è comunque un successo, ma lo vedi solo se lo cerchi.

Non cambiare altro nel frattempo. Niente sconti, niente restyling della pagina, niente nuova campagna puntata solo su quei prodotti. Sembra ovvio, non lo è: nella maggior parte dei test che vedo qualcuno ha toccato qualcos'altro a metà strada.

Un test così non ti dà una verità assoluta. Ti dà una direzione, che è tutto quello che ti serve per decidere se produrre altri venti contenuti o fermarti.

2. Il costo reale di un video

Facciamo due conti, perché è qui che si nascondono le decisioni sbagliate.

Progetto da 5.000 euro. Prima lettura, quella istintiva: cinquemila euro per una campagna. Sembra tanto, soprattutto confrontato con l'investimento pubblicitario del mese.

Seconda lettura. Da quella lavorazione escono un video beauty, tre versioni verticali (Reel, Tik Tok), otto video prodotto per altrettante schede, video per lo stand in fiera, materiale per un anno di stories. Il tutto resta utilizzabile per almeno 12 mesi.

Terza lettura, quella che conta davvero. Cosa succede se non lo fai? Le schede restano con le sole foto, i dubbi restano, i carrelli continuano a essere abbandonati allo stesso ritmo, i resi pure. Il costo dell'inazione non compare in nessun preventivo, ma lo paghi ogni mese.

Attenzione, non sto dicendo che qualsiasi spesa video si giustifichi da sola. Se i margini non reggono o il sito perde le persone al checkout, i conti non tornano comunque, e il mio lavoro è dirtelo prima. Sto dicendo che quando ha senso farlo, il conto va fatto sul ciclo di vita del contenuto e sul suo utilizzo reale, non sulla singola campagna.

3. Perché il "video virale" è la versione beauty del miraggio

Ogni tanto qualcuno ci chiede di fare un video che diventi virale. Lo capisco, ma vale la pena smontarlo.

La viralità non è una caratteristica del contenuto. È un esito che dipende dall'algoritmo, dal momento, dal caso e da quello che stanno facendo gli altri. Puoi aumentare le probabilità, non puoi produrla su richiesta. Chi ti dice il contrario ti sta vendendo una scommessa spacciandola per un servizio.

Il pubblico virale non è il tuo pubblico. Un milione di visualizzazioni raccolte a caso valgono meno di 10.000 visualizzazioni di persone che comprano cosmetici in quella fascia di prezzo. Ho visto contenuti esplodere e portare zero vendite, perché avevano intercettato un pubblico che guardava per curiosità.

La viralità non costruisce niente di stabile. Il picco dura pochi giorni, poi torna tutto come prima. Se in quei giorni non avevi una scheda prodotto pronta, un contenuto che spiega e una raccolta contatti attiva, hai solo regalato attenzione a una piattaforma.

Il costo nascosto è il posizionamento. Per inseguire la viralità si finisce per imitare formati che funzionano per altri, spesso più economici e più rumorosi del tuo brand. Un marchio cosmetico che si abbassa di tono per rincorrere l'attenzione si porta dietro quel tono per mesi, e poi si stupisce di non riuscire più a vendere a prezzo pieno.

L'alternativa non è rinunciare all'impatto. È costruire contenuti che restano: un tutorial che tra due anni porta ancora traffico, una scheda prodotto che converte meglio ogni giorno, uno spot che rende il tuo nome riconoscibile allo scaffale. Meno emozionante da raccontare in riunione. Molto più solido nei conti.

Se sei arrivato fin qui, hai già fatto la cosa più difficile: hai accettato che il video non si giudica con un numero solo.

Se vuoi capire dove si blocca davvero il tuo cliente, guardiamolo insieme. In una sessione analizziamo il tuo e-commerce, le tue schede prodotto, i canali in cui vendi e i numeri che hai, e stabiliamo cosa ha senso produrre, in che ordine e con quale budget. A volte la risposta è un piano video completo. A volte è sistemare tre cose prima, e ti dico anche quelle.

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